24/10/2026
Non ci sarà un processo per la morte dei quattro cavalli abbattuti a colpi di carabina a Tarquinia il 28 marzo 2024. Due erano appena dei puledri. Con un'ordinanza depositata il 22 ottobre 2026, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Civitavecchia ha disposto l'archiviazione del procedimento, respingendo l’opposizione presentata da IHP. Il giudice ha condiviso la valutazione del Pubblico Ministero che nel dicembre 2025 aveva chiesto l'archiviazione per i due veterinari indagati per uccisione di animali.
Cosa era successo
Il 27 marzo 2024, poco dopo mezzogiorno, quattro cavalli vengono avvistati sulla banchina della strada dell'Acquetta, in direzione della statale 1 Aurelia bis. La Polizia li indirizza verso un terreno vicino; nel pomeriggio interviene una veterinaria della ASL, che non riesce ad avvicinarli. Lo stesso giorno il sindaco firma l'ordinanza n. 4/2024: dispone il recupero degli animali con tecniche di sedazione e il loro ricovero in strutture idonee, e ammette l'abbattimento solo in estrema ratio, per garantire la pubblica incolumità.
La mattina del 28 marzo, dalle 9.30, sul posto ci sono Polizia stradale, Carabinieri forestali, Polizia locale e il veterinario incaricato della teleanestesia. Dopo una ricognizione con un drone e un primo avvicinamento in auto, un cavallo viene colpito da un dardo sedativo, ma l'effetto arriva tardi e resta parziale. Altri tre lanci falliscono; nella relazione del veterinario l'esito viene attribuito al vento forte e all'agitazione degli animali. Segue un tentativo di contenimento con tre cavalieri, anch'esso senza risultato. I quattro cavalli vengono quindi abbattuti. Solo dopo, con la lettura dei microchip, si scopre che due di loro erano cavalle identificate, appartenenti a un allevatore della zona.
Le ragioni del giudice
Il giudice non ha liquidato il caso in modo frettoloso. Nelle undici pagine dell'ordinanza esamina una per una le questioni che avevamo sollevato: l'assenza di un pericolo imminente, le contraddizioni tra le versioni dei presenti, l'uso del drone e dell'auto, i farmaci e le dosi impiegati, la mancata predisposizione di recinzioni mobili, di mezzi di trasporto e di una struttura di ricovero, la scelta di non interrompere il traffico, le richieste di una consulenza veterinaria indipendente e di sentire tutte le persone presenti.
Su alcuni punti il giudice riconosce che le nostre osservazioni avevano fondamento, almeno sul piano organizzativo. Ammette che gli atti non indicano il mezzo che sarebbe stato usato per trasportare gli animali né la struttura che avrebbe dovuto accoglierli. Ritiene che la scelta del veterinario di allontanarsi dal cavallo parzialmente sedato per recuperare corde e capezze «può essere valutata criticamente sul piano organizzativo». E conclude che le criticità organizzative indicate dalle associazioni non sono, almeno in parte, prive di consistenza.
Secondo il giudice, però, questo non basta. Il reato previsto dall'articolo 544-bis del Codice penale punisce chi uccide un animale per crudeltà o senza necessità. Per il Gip le modalità dell'abbattimento escludono la crudeltà e la necessità c'era: al momento della decisione il pericolo per chi viaggiava sulle strade vicine era attuale, i tentativi di sedazione e di cattura erano falliti e non risultava disponibile un'alternativa immediata ed efficace. L'esistenza di un intervento meglio organizzato, scrive il giudice, non equivale alla prova che l'uccisione sia avvenuta senza necessità.
Non siamo d'accordo
Rispettiamo la decisione e il lavoro del giudice. Ne prendiamo atto, ma con rammarico e amarezza, perché arriviamo a conclusioni diverse proprio sul punto decisivo.
La necessità su cui si fonda l'archiviazione a nostro giudizio è stata la conseguenza delle scelte di contenimento compiute durante l'intervento. Il cavallo è un animale preda: quando si sente minacciato, fugge. Un avvicinamento con un'auto o con un drone, un dardo che produce solo una sedazione parziale, un animale lasciato solo mentre si riprende, tre cavalieri che cercano di contenere un gruppo già spaventato possono aumentare l'agitazione e, quindi, la tendenza a scappare verso le strade. È il pericolo che alla fine è stato invocato per giustificare l'abbattimento.
Alcune soluzioni che l'ordinanza considera ipotesi astratte, come attirare gli animali con il cibo, individuare il capobranco o delimitare l'area con recinzioni mobili, appartengono invece alle tecniche note a chi lavora con i cavalli e ne conosce il comportamento. Il loro peso, a nostro avviso, non è stato valutato fino in fondo: non come alternative da sperimentare all'ultimo momento, ma come scelte che, se compiute fin dall'inizio, avrebbero potuto evitare che si arrivasse a quel momento.
Serve formazione adeguata
Chi opera nelle istituzioni e si trova a gestire animali come i cavalli, dalle forze di polizia ai veterinari delle ASL fino ai magistrati chiamati a valutarne l'operato, deve poter contare su una conoscenza adeguata della loro natura e del loro comportamento. È la condizione per intervenire in modo professionale e per evitare che, in futuro, decisioni così gravi e irreversibili vengano prese di nuovo.
Per questo chiediamo alle istituzioni competenti di promuovere percorsi di formazione sulla gestione non cruenta degli equidi e ribadiamo al Ministero della Salute la richiesta di una disciplina nazionale per gli equidi vaganti, che oggi restano affidati alle ordinanze dei singoli sindaci: dopo due incontri formali con la Direzione generale del ministero, nulla è seguito.
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