04/06/2026
Negli Stati Uniti una legge storica vieta la macellazione dei purosangue e di tutti gli equidi che hanno gareggiato nello Stato. Entra in vigore il 1° luglio 2026. E all'Italia cosa manca per fare lo stesso?
Il 14 aprile 2026 il governatore del Maryland Wes Moore ha firmato il Senate Bill 231, trasformandolo in legge dello Stato. Dal 1° luglio 2026 sarà illegale macellare un cavallo da corsa per scopi commerciali, ma sarà illegale anche acquistarlo, venderlo, trasportarlo o importarlo quando si sappia, o si debba ragionevolmente sapere, che la sua destinazione finale è il macello. La norma è ora il Capitolo 84 del codice del Maryland.
Leggendo il testo, si può supporre che non sia una legge di facciata, perché il suo campo di applicazione è tecnicamente preciso e deliberatamente ampio: per "cavallo da corsa" si intende non solo l'animale che ha gareggiato, ma anche i puledri nati per correre, i cavalli in allenamento, quelli mai scesi in pista ma registrati presso i circuiti dello Stato, e persino le fattrici o gli stalloni il cui pedigree sportivo è documentato. In pratica: se un cavallo ha avuto a che fare con il sistema ippico del Maryland, la legge lo protegge per tutta la vita.
Una struttura normativa inedita
Ciò che distingue la legge del Maryland dalle analoghe disposizioni già in vigore in California, Texas, Florida, Illinois, New Jersey e New York non è tanto il divieto in sé, quanto il modo in cui viene costruito. Altrove si vieta genericamente la macellazione o la vendita di carne equina per consumo umano. In Maryland, invece, la norma viene innestata direttamente nel sistema di controllo dell'ippica: il soggetto preposto all'applicazione è la Maryland Racing Commission, l'autorità che già supervisiona l'integrità delle corse, le licenze dei professionisti del settore, i programmi di aftercare (che da noi non esistono!). Le sanzioni previste per i trasgressori — fino a 1.000 dollari di multa e un anno di reclusione per la prima violazione, la revoca delle licenze, le entrate dai proventi delle sanzioni reindirizzate al Racing Special Fund — sono pensate per colpire gli attori interni all'industria ippica, non soggetti esterni.
È una scelta che si basa sul riconoscimento di un dato essenziale che in Italia si continua a far finta di non vedere: il problema non nasce fuori dal circuito delle corse. Nasce dentro. Nasce nel momento in cui un cavallo smette di essere redditizio e il sistema non sa cosa farne. La Commissione stessa ha riconosciuto, durante i lavori preparatori, di trovarsi di fronte a un "pivotal tipping point" — un punto di svolta — per la credibilità pubblica del settore. Kirsten Green, direttrice esecutiva del Retired Racehorse Project, è stata recentemente nominata componente della Maryland Racing Commission: la tutela degli ex corridori è dunque ora rappresentata istituzionalmente nell'organo che dovrà far rispettare la nuova norma.
Il contesto americano
A livello federale, negli Stati Uniti la macellazione di cavalli non è tecnicamente illegale, ma dal 2006 i fondi USDA destinati all'ispezione dei macelli equini sono stati eliminati dai bilanci federali, rendendo di fatto impossibile operare per gli impianti di macellazione sul territorio nazionale. Il risultato è che gli animali vengono trasportati in Messico e Canada, dove la macellazione è legale, attraversando il confine in condizioni spesso drammatiche. Per chiudere definitivamente questo canale esiste una proposta di legge federale, il SAFE Act (Save America's Forgotten Equines, HB 661/S.755), da anni in attesa di approvazione al Congresso: vieterebbe sia la macellazione interna sia l'esportazione per consumo umano.
Cosa insegna il Maryland
La lezione americana non riguarda solo il merito della norma, riguarda soprattutto il metodo. Il Maryland ha costruito il divieto dall'interno dell'industria ippica: ha coinvolto la Racing Commission, ha collegato gli obblighi alle strutture di aftercare già esistenti, ha nominato un'esperta di tutela degli ex corridori nell'organo preposto ai controlli. Ha fatto capire al settore che proteggere i cavalli a fine carriera non è un costo aggiuntivo, ma una condizione necessaria per conservare la credibilità pubblica di un'industria da 2,9 miliardi di dollari. Di certo questo non è condivisibile da parte di IHP che punta all’abolizione di ogni forma di sfruttamento dei cavalli: ma è molto significativo il fatto di aver “costretto” l’ippica a doversi confrontare con un tema gigantesco che in Italia viene sistematicamente rimosso e tolto a prescindere dal tavolo di qualsiasi confronto.
In Italia, dove il settore ippico attraversa una crisi profonda e dove il dibattito pubblico tende a polarizzarsi su "si mangia / non si mangia", il punto è esattamente lo stesso: chi controlla davvero dove finiscono i cavalli quando smettono di correre? Chi è responsabile del loro futuro? E a quali condizioni un'industria che utilizza animali vivi senza prendersene cura quando non può più sfruttarli fino allo stremo può conservare la propria legittimità sociale?
Il Maryland ha risposto. L'Italia è molto lontana dal farlo.
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