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IHP alla Camera: il divieto di macellazione dei cavalli è uno strumento contro lo sfruttamento, non solo una scelta culturale

21/04/2026

Audita dalla XIII Commissione Agricoltura, IHP ha smontato una per una le obiezioni dei contrari alla proposta di legge. E ha posto una questione dirimente: se la distinzione tra cavalli DPA e non DPA funzionasse davvero, FISE e Ministero dovrebbero essere i primi a sostenere il divieto.

IHP è stata ascoltata oggi dalla XIII Commissione Agricoltura della Camera dei deputati nell'ambito dell'esame delle proposte di legge C. 48 Brambilla, C. 2187 Zanella, C. 2270 Cherchi e C. 2585 Evi. Un'audizione attesa, in cui l'associazione ha portato non solo il proprio sostegno alla proposta, ma soprattutto un contributo analitico puntuale: argomenti tecnici, dati, e una sfida diretta alle posizioni di chi, fino ad oggi, si è opposto al divieto di macellazione degli equidi.

Il divieto come leva contro lo sfruttamento sistemico

Nelle discussioni pubbliche che hanno preceduto e accompagnato l'iter parlamentare, il dibattito si è spesso cristallizzato attorno a una domanda culturale: i cavalli sono animali "da mangiare" oppure no? IHP ha scelto di spostare il baricentro, portando in Commissione un argomento che sinora è rimasto in secondo piano e che cambia radicalmente la prospettiva.

Il divieto di macellazione — e il parallelo divieto di vendita e importazione di carne equina — non è soltanto la risposta a una sensibilità crescente nell'opinione pubblica italiana, che considera sempre più questi animali "non commestibili". È, prima di tutto, uno strumento strutturale per interrompere un sistema di sfruttamento che si regge esattamente sulla possibilità di "smaltire" gli animali quando non rendono più.

Un cavallo vive mediamente trent'anni. Ma il suo utilizzo produttivo — nelle corse, nei maneggi, nel traino delle carrozze, nelle manifestazioni “tradizionali” — si esaurisce attorno ai sedici-diciotto anni. Dopodiché diventa economicamente oneroso: richiede cure, spazio, alimentazione, senza generare alcun ritorno. In assenza di un divieto, la macellazione rappresenta la via di uscita più conveniente per chi ha basato il proprio modello economico sullo sfruttamento dell'animale. Eliminarla significa obbligare l'intero settore a farsi carico del ciclo di vita completo di ogni animale, non solo della parte redditizia.

La prova del nove che IHP ha chiesto alla Commissione

Durante l'audizione, IHP ha avanzato una verifica semplice, quasi elementare, ma di straordinaria efficacia dimostrativa. Ha chiesto ai commissari di ragionare sui numeri: quanti cavalli anziani si trovano nei maneggi, negli ippodromi, nelle strutture che li impiegano a fini produttivi? La risposta, per chi conosce il settore, è nota: quasi nessuno. Nessuna struttura che li trattenesse anche dopo il pensionamento potrebbe reggere finanziariamente oltre sei o sette anni, perché si ritroverebbe con più cavalli anziani che giovani — animali che, a differenza di cani e gatti, vivono decenni.

L'assenza di cavalli vecchi nelle strutture produttive non è un caso: è la fotografia di un sistema che li elimina quando smettono di essere utili.

Il paradosso della distinzione DPA/non DPA

IHP ha portato in Commissione anche un argomento di natura giuridica e logica che difficilmente potrà essere ignorato nel prosieguo dell'esame parlamentare. La distinzione tra animali destinati alla produzione alimentare (DPA) e non DPA è al centro di molte delle obiezioni sollevate dai contrari alla legge: si sostiene che i controlli già esistano, che le norme siano già sufficienti, che il problema sia solo il rispetto delle regole vigenti.

IHP ha ribaltato questa posizione con una domanda precisa: se la distinzione DPA/non DPA funzionasse davvero, i primi a essere favorevoli all'introduzione del divieto di macellazione dovrebbero essere la FISE e il Ministero competente. Entrambi rivendicano — con orgoglio — che tutti i cavalli impiegati negli sport equestri e negli ippodromi sono classificati come non DPA. Se così fosse, il divieto non cambierebbe nulla per loro. Eppure si oppongono. Il che dimostra, inequivocabilmente, che la distinzione non funziona: che la filiera legale e quella illegale si contaminano, che i cavalli "ufficialmente" non destinati all'alimentazione finiscono comunque al macello — come IHP ha documentato in numerosi casi, a partire da quello emblematico di Evenafterall.

Le obiezioni smontate una per una

L'audizione è stata anche l'occasione per rispondere in modo diretto e documentato alle due obiezioni che i contrari alla legge ripropongono con maggiore frequenza.

La prima: vietando la macellazione si rischia l'estinzione di alcune razze equine allevate anche a fini alimentari. IHP ha rovesciato la prospettiva: in Italia non esiste un problema di scarsità di cavalli, ma esattamente il contrario. La sovrapproduzione è strutturale, alimentata dalla necessità di avere sempre animali giovani e performanti da destinare ai vari settori di impiego. Il divieto non creerebbe un vuoto demografico: imporrebbe un freno alla produzione indiscriminata e, con essa, allo sfruttamento.

La seconda obiezione: esistono già norme a tutela degli equidi, non serve una nuova legge. IHP ha risposto con un ragionamento sistemico. La macellazione non è un fatto separato dall'impiego e dallo sfruttamento: ne è l'epilogo naturale, la valvola di sfogo di un sistema che usa i cavalli come strumenti di produzione. Normare l'epilogo senza affrontare il sistema sarebbe inefficace. Ma, soprattutto, non si tratta di normare ciò che è già illegale: si tratta di chiudere le "zone grigie" — legali e paralegali — che oggi rendono possibile lo smaltimento degli animali senza che nessuno ne risponda.

Le condizioni perché la legge funzioni

IHP ha portato in Commissione solo critiche anche una serie di richieste tecniche precise, che rappresentano le condizioni minime perché la proposta di legge produca effetti reali e non si trasformi in un testo inapplicabile nella pratica.

Primo: la riforma dell'anagrafe equina è prioritaria e non rinviabile. L'inefficienza del sistema di tracciamento è il vero "anello debole" dell'intera filiera: è lì che si infilano le frodi, le macellazioni clandestine, i falsi nei registri. IHP lo documenta da anni; la recente vicenda giudiziaria di Perugia — con cavalli "fantasma" fatti sparire dai registri grazie alla complicità di una funzionaria della Banca Dati Nazionale — ne è la conferma più plastica.

Secondo: i termini della legge devono essere definiti con precisione chirurgica. Concetti come "stress", "dolore" e "addestramento" non possono essere lasciati all'interpretazione: ogni ambiguità diventa un varco per l'elusione. IHP si è resa disponibile a fornire contributi tecnici e scientifici in questa direzione.

Terzo: la proposta di istituire "pensionati pubblici" per gli equidi deve essere accompagnata da standard minimi obbligatori per la gestione degli animali. Non è sufficiente garantire cibo e acqua: il vero benessere animale passa dall'espletamento delle caratteristiche etologiche della specie. Per questo è necessario introdurre il cosiddetto "patentino" — una formazione obbligatoria — per chiunque detenga e gestisca equidi.

Quarto: vanno stanziate risorse adeguate. Per la riconversione degli allevamenti e per la formazione delle autorità locali e del personale deputato ai controlli. E — questo IHP lo sottolinea con forza — per i centri di recupero che già oggi accolgono animali sequestrati dall'autorità giudiziaria senza ricevere un solo euro di fondi pubblici.

Il contesto: dove siamo arrivati

L'audizione di oggi si inserisce in un iter parlamentare che, per la prima volta in oltre dieci anni, ha portato il tema della tutela degli equidi all'esame formale di una commissione parlamentare. Le proposte di legge all'esame — C. 48 Brambilla, C. 2187 Zanella, C. 2270 Cherchi e C. 2585 Evi — compongono un quadro bipartisan che include sia la maggioranza sia le opposizioni. Il testo Brambilla, la cui impostazione originaria deve molto al lavoro di IHP nei precedenti anni, è il più organico: introduce il divieto di macellazione, il divieto di impiego in manifestazioni storiche e folcloristiche quando comporti sofferenza, limitazioni all'addestramento coercitivo, e l'idea di strutture di accoglienza per il "dopo-carriera".

Siamo lontani da un'approvazione definitiva. Ma la strada è aperta.

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