23/09/2026
L'operazione Europol dell'8–9 settembre 2026: una rete criminale transnazionale spacciava cavalli sportivi come animali da macello, aggirandosi tra Belgio, Francia, Irlanda e Paesi Bassi. L'Italia è la grande assente.
A tredici anni dall'horsegate — lo scandalo che nel 2013 portò la carne equina a fare la comparsa non dichiarata in lasagne industriali, cannelloni e ragù surgelati venduti in tutta Europa — il continente si ritrova a fare i conti con un traffico illecito di cavalli strutturato, transnazionale e di ampiezza preoccupante. L'operazione coordinata da Europol, condotta l'8 e 9 settembre 2026 e guidata dalle autorità belghe con la partecipazione di Francia, Irlanda e Paesi Bassi, ha coinvolto quasi 200 agenti, ha prodotto 24 perquisizioni e ha portato al controllo di oltre 1.000 cavalli sospettati di essere stati oggetto di frode documentale. In Belgio sono stati arrestati tre indagati, due dei quali trattenuti in custodia cautelare. Sequestrati telefoni, computer e almeno 100.000 euro in contanti.
Al centro dell'inchiesta, ancora in corso, c'è una sospettata rete criminale che avrebbe manipolato l'identità e la storia di migliaia di equidi per consentirne la movimentazione e la rivendita attraverso i confini europei. I trafficanti falsificavano i passaporti dei cavalli e manomettevano i microchip sottocutanei, azzerando di fatto la storia sanitaria degli animali: provenienza, trattamenti farmacologici, idoneità o meno alla macellazione. Un cavallo sportivo, classificato per legge come animale non destinato alla produzione alimentare, veniva riclassificato come soggetto "senza valore" e ceduto ai macelli per cifre comprese tra i 1.000 e i 1.500 euro a capo. In altri casi, cavalli anziani venivano presentati come soggetti giovani per spuntare prezzi più alti sul mercato regolare.
L'Irlanda ha funzionato da principale paese di origine degli animali, mentre il Belgio è stato il nodo attraverso cui la carne non idonea entrava nella filiera alimentare.
Ciò che colpisce, a distanza di un ciclo ormai lungo tredici anni, non è tanto la recidività dei trafficanti quanto la persistenza delle condizioni che rendono possibili le frodi. La distinzione normativa tra animale DPA e non-DPA è sulla carta uno strumento di tutela sanitaria: i cavalli da corsa, da competizione e da diporto ricevono nel corso della vita trattamenti farmacologici per i quali la legislazione europea non ha definito limiti massimi di residuo ai fini della sicurezza alimentare, né tempi di sospensione prima della macellazione. La presenza di questi residui nelle carni costituisce un rischio tossicologico reale e non quantificabile per i consumatori.
Ma quella distinzione tra DPA e non-DPA rimane pressoché inapplicabile in assenza di un sistema di tracciabilità integrato. Come ha spiegato a Il Fatto Alimentare Eva Rigonat, medico veterinario e autrice del libro Veterinaria e mafie, i Paesi UE non comunicano tra loro su questo fronte: l'anagrafe equina europea è un sistema decentralizzato, con ogni Stato membro responsabile della propria tracciabilità. Non esiste l'obbligo comunitario di rendere pubbliche in tempo reale le movimentazioni degli equidi a livello sovranazionale. I passaporti cartacei si falsificano con relativa facilità. I macelli clandestini sono luoghi in cui i microchip scompaiono, senza che nessuno registri di fatto la morte dell'animale, che ufficialmente continua a risultare vivo da qualche parte.
Il risultato è una mappa di zone d'ombra che i trafficanti conoscono meglio delle autorità. E che riaffiora puntualmente.
C'è un dato che stride con l'ampiezza dell'operazione di settembre: l'Italia non compare tra i paesi coinvolti nelle indagini. Eppure è il principale Paese consumatore europeo di carne equina, nonché il maggior importatore mondiale del prodotto, con oltre 25.000 tonnellate di carne che ogni anno attraversano i confini nazionali provenienti da Francia, Polonia e Slovenia per rifornire macellerie e industrie alimentari.
L'assenza dell'Italia dall'inchiesta non è una buona notizia: segnala piuttosto che le autorità nazionali non hanno rilevato (o non hanno condiviso con Europol) segnali rilevanti in uno dei mercati più esposti al rischio. La destinazione finale dei cavalli trafficati è ancora in fase di ricostruzione da parte degli inquirenti: la carne potrebbe essere stata immessa come taglio fresco al dettaglio oppure sminuzzata e inserita in preparati industriali, piatti pronti o insaccati, per poi essere distribuita in più paesi europei.
Questa operazione di Europol conferma un'analisi che IHP porta avanti da anni: il problema non è congiunturale, non è riconducibile a singoli episodi di criminalità opportunistica, e non si risolve con retate periodiche. È strutturale, e affonda le radici nella logica di riciclaggio che governa l'industria ippica e il mondo degli sport equestri: cavalli ipermedicalizzati, economicamente non più redditizi, che il sistema deve dismettere a costi contenuti. In assenza di una rete adeguata di strutture di recupero, e in assenza di sanzioni effettive per chi li avvia illegalmente al macello, il mercato nero resta il percorso di minima resistenza.
Per contrastare efficacemente il fenomeno occorre intervenire sulla normativa di controllo: serve una legislazione che preveda una chiara volontà di controllo sui capi abbattuti e l'obbligo di istituire banche dati europee pubbliche e accessibili. Tredici anni dopo l'horsegate, la lezione non è servita. E fin quando la filiera della carne equina continuerà a operare in questo vuoto di controllo, il rischio per i cavalli e per i consumatori rimarrà intatto.