...i miei tesori non luccicano né tintinnano,
essi brillano nel sole e nitriscono nella notte...

 

 

Fise-Anci, un protocollo che ignora il benessere dei cavalli

10/04/2026

Il 2 aprile è stato firmato un Protocollo d'Intesa tra la Federazione Italiana Sport Equestri (FISE) e l'Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (ANCI), con l'obiettivo dichiarato di promuovere la diffusione degli sport equestri sul territorio nazionale e rafforzare la collaborazione tra istituzioni sportive e amministrazioni locali. Una notizia passata quasi inosservata nel flusso dell'informazione quotidiana. Eppure contiene una contraddizione che merita di essere evidenziata.

Un'intesa che non ha letto la scienza

IHP ha risposto con una lettera formale inviata al Presidente e al Vicepresidente di ANCI. La nostra posizione è chiara: promuovere gli sport equestri, oggi, significa ignorare decenni di ricerca scientifica sull'etologia degli equidi. Cavalli, asini e pony hanno caratteristiche biologiche e comportamentali che sono strutturalmente incompatibili con le pratiche a cui vengono sottoposti in questo contesto: la gestione scuderizzata, la doma, l'addestramento con strumenti coercitivi — imboccature, finimenti, speroni, frustini — l'obbligo di esibirsi e competere in attività di cui non possono nemmeno comprendere il senso. Il benessere di un cavallo non si misura in razioni di fieno e visite veterinarie: coincide con libertà di movimento in spazi ampi nelle ventiquattro ore, vita in branco, possibilità di pascolare. Tutto ciò che gli sport equestri, nella loro struttura attuale, non garantiscono e spesso negano.

Definire "sport" una disciplina in cui uno dei partecipanti è costretto a prendere parte, è già di per sé un problema di linguaggio che riflette un problema più profondo di prospettiva.

Il nodo irrisolto: i cavalli a fine carriera

C'è una domanda che il Protocollo FISE-ANCI non si pone, e che invece IHP pone da anni senza ottenere risposta: che fine fanno i cavalli quando non sono più utilizzabili? Quando sono anziani, infortunati, malati — e possono vivere ancora molti anni — chi si fa carico di loro?

La risposta, nella grande maggioranza dei casi, è: nessuno in modo strutturato. Tranne rarissime eccezioni di proprietari coscienziosi, quei cavalli finiscono nelle mani dei commercianti. E da lì, quando non è possibile riciclarli in altre attività, prendono la via del macello. È un meccanismo noto, documentato, che IHP denuncia da quasi vent'anni. L'Italia è il Paese che macella il numero più elevato di cavalli in tutta Europa. I dati del Ministero della Salute parlano da soli: nel 2025 sono stati abbattuti 22.854 equidi, di cui oltre 14.700 di provenienza nazionale. A fine febbraio 2026, i cavalli già macellati erano 1.926. Promuovere il settore equestre senza affrontare questo dato equivale a sostenere un sistema che produce, strutturalmente, scarti animali.

Cosa ci aspettavamo dall'ANCI

IHP non contesta all'ANCI il diritto di stringere accordi con soggetti sportivi. Contesta la direzione: in un Paese con queste cifre, con un fenomeno consistente di corse clandestine e macellazioni abusive, con una proposta di legge in Parlamento che per la prima volta discute lo status giuridico degli equidi, l'associazione che rappresenta i Comuni italiani avrebbe avuto l'occasione di orientarsi diversamente. Non per promuovere l'uso dei cavalli, ma per incentivare la conoscenza di questi animali nel rispetto della loro natura etologica: iniziative di educazione, spazi di contatto privi di coercizione, modelli alternativi a quelli fondati sullo sfruttamento.

Sarebbe stato un segnale di modernità istituzionale.

La lettera e il passo successivo

IHP ha scritto all'ANCI auspicando una revisione del Protocollo e si è dichiarata disponibile a fornire prove, documentazione e argomentazioni scientifiche costruite su quasi vent'anni di attività di investigazione e denuncia sul campo. Non è un gesto polemico: è un tentativo di aprire un confronto che, fino a oggi, il mondo dell'ippica e della federazione sportiva non hanno mai voluto avere davvero.

L'opinione pubblica, soprattutto quella più giovane, è sempre più attenta al tema dei diritti degli animali e sempre più critica verso i modelli basati sul loro utilizzo. Ignorare questa evoluzione — e suggellare invece accordi che vanno nella direzione opposta — è una scelta che i Comuni italiani rischiano di dover spiegare.