06/02/2026
Cartagena de las Indias, in Colombia, ha scelto di interrompere definitivamente l’uso delle carrozze trainate da cavalli, sostituendole con mezzi elettrici per il trasporto turistico. Una decisione che riconosce apertamente ciò che da anni denunciamo: l’impiego dei cavalli nel traffico urbano moderno è incompatibile con il loro benessere.
I cosiddetti “cavalli carreros” saranno affidati in adozione a famiglie selezionate sulla base di criteri tecnici ed etici: la loro nuova vita dei cavalli carreros diventa il simbolo di una città che prova a conciliare turismo, innovazione e empatia verso gli esseri viventi, trasformando una pagina controversa del passato in un percorso di cambiamento concreto.
Andando oltre compromessi e soluzioni temporanee, la città colombiana ha preso atto che caldo estremo, asfalto, rumore e flussi turistici intensi trasformano quella che viene spesso definita “tradizione” in una forma di sfruttamento strutturale. E ha deciso di fermarsi.
Il confronto con l’Italia è inevitabile.
Italia: emergenze ripetute, nessuna scelta strutturale
Nel nostro Paese, il tema delle carrozze trainate da cavalli riemerge ciclicamente solo quando avviene l’ennesimo episodio critico: cavalli accasciati sull’asfalto, animali feriti, incidenti stradali che mettono a rischio anche le persone.
Roma, Firenze, Palermo, Napoli: le città cambiano, ma lo schema resta lo stesso. Dopo l’indignazione pubblica arrivano ordinanze parziali, limiti stagionali, tavoli di confronto. Mai una decisione definitiva.
Solo il Comune di Verona ha approvato un Regolamento comunale per la tutela degli animali che include il divieto del trasporto pubblico di persone mediante carrozze trainate da cavalli su tutto il territorio comunale.
Negli altri grandi centri urbani italiani frequentemente citati nel dibattito pubblico (Roma, Firenze, Napoli, Palermo, Pisa, Messina) si sono registrate iniziative politiche, discussioni consiliari o proposte di revisione normativa, ma non un divieto strutturato e vigente.
Il risultato è che, anno dopo anno, i cavalli continuano a lavorare in contesti che non tengono conto delle loro esigenze fisiche ed etologiche, mentre le amministrazioni rinviano qualsiasi scelta che possa scontentare le lobbies che dallo sfruttamento dei cavalli traggono profitto.
La posizione di IHP: lo sfruttamento non si corregge, si supera
Da tempo IHP sostiene che il problema non sia “come” usare i cavalli, ma il fatto stesso di usarli: non esistono regolamenti in grado di rendere accettabile la trazione animale in ambito urbano. Limitare gli orari o fermare le carrozze nelle giornate più calde non elimina lo stress cronico, l’esposizione ai pericoli del traffico, l’impossibilità per il cavallo di muoversi in modo naturale o di sottrarsi a situazioni di paura.
Negli anni, IHP ha documentato casi concreti in molte città italiane, presentando esposti alle autorità, segnalazioni ai Comuni e richieste di intervento. Parallelamente ha promosso petizioni, incontri istituzionali e campagne di informazione rivolte anche ai turisti, spesso inconsapevoli delle condizioni in cui lavorano questi animali. Si è anche offerta di accogliere presso il proprio Centro di recupero i cavalli “pensionati” e di affiancare le istituzioni nella costruzione di un percorso di selezione dei soggetti adeguati per programmi di adozione responsabile. Non è cambiato niente.
La nostra linea resta invariata: abolizione, non gestione dello sfruttamento.
Quando la “tradizione” diventa un alibi
In Italia il richiamo alla tradizione continua a essere usato come giustificazione, nonostante le città siano profondamente cambiate e la sensibilità sul benessere animale sia cresciuta. Ma una tradizione non può essere difesa quando comporta sofferenza evitabile per esseri senzienti.
Il paradosso è evidente: le amministrazioni riconoscono implicitamente il problema, ma si fermano a soluzioni di facciata che mantengono intatto il sistema. Nel frattempo, esempi internazionali dimostrano che la transizione è possibile e praticabile, anche senza cancellare l’offerta turistica.
La responsabilità politica dello sfruttamento che continua
A questo punto, la questione non è più tecnica né culturale. È politica.
Le alternative esistono: veicoli elettrici, riconversione delle attività, modelli già adottati con successo in altre città. Ciò che manca è la volontà di assumersi la responsabilità di una scelta chiara, accettando il conflitto che ogni cambiamento reale comporta.
Secondo IHP, ogni rinvio ha un costo preciso: altri cavalli costretti a lavorare in condizioni incompatibili con il loro benessere, mentre il dibattito resta bloccato tra promesse e mezze misure.
Cartagena dimostra che smettere è possibile. In Italia, invece, si continua a discutere di come rendere “meno problematica” una pratica che viene ormai riconosciuta come sbagliata.
E a pagare, ancora una volta, non è la politica. Sono i cavalli.