...i miei tesori non luccicano né tintinnano,
essi brillano nel sole e nitriscono nella notte...

 

 

Borore, un fantino muore al galoppatoio. Non è una fatalità: è il prezzo di una cultura che non vogliamo più pagare

15/04/2026

Il 12 aprile 2026, al termine della processione per la festa di San Lussorio a Borore, in provincia di Nuoro, Omar Barranca — 25 anni — è caduto da cavallo durante le esibizioni nel galoppatoio comunale ed è stato travolto dall'animale. Trasportato d'urgenza in elisoccorso all'ospedale San Francesco di Nuoro, è morto nella notte. La Procura di Oristano ha aperto un'inchiesta per omicidio colposo e ha disposto l'autopsia.

Il presidente dell'associazione organizzatrice della manifestazione, l'associazione "Inghirios cavalieri Borore", è stato iscritto nel registro degli indagati: un atto dovuto, come precisano gli inquirenti, in attesa degli esiti dell'autopsia e del completamento delle indagini. Spetterà esclusivamente all'autorità giudiziaria stabilire eventuali responsabilità individuali. Non è questo il punto sul quale vogliamo concentrarci.

Il punto per noi è un altro. Ed è quello che diciamo da anni, inascoltati da chi preferisce nascondersi dietro la parola "tradizione".

Cosa è emerso finora

Secondo quanto riportato da La Nuova Sardegna e da L'Unione Sarda, la manifestazione era stata autorizzata con regolare ordinanza comunale del 9 aprile 2026. L'ordinanza prescriveva espressamente il rispetto del Decreto 8 gennaio 2025 — il cosiddetto "decreto Abodi" — che disciplina le manifestazioni pubbliche con equidi al di fuori degli impianti autorizzati, stabilendo obblighi precisi in materia di sicurezza: tra questi, l'obbligo di indossare caschetto e corpetto protettivo. Secondo le testimonianze raccolte dagli investigatori, non tutti i partecipanti avrebbero rispettato tali prescrizioni. I carabinieri hanno trovato diversi caschetti adagiati sulla pista, nei pressi del punto dove si è verificata la tragedia. Le indagini sono in corso.

Il decreto Abodi e la Sartiglia: un filo che si ripete

Due mesi fa, il 16 febbraio 2026, una cavalla morì poco prima della partenza di Sa Sartiglia a Oristano. IHP aveva documentato quell'episodio con un video esclusivo che mostrava inequivocabilmente i segnali di malessere dell'animale, già evidenti molto prima del crollo. Aveva chiesto l'accesso alla documentazione sanitaria – che ancora non è stato concesso - e si è riservata le opportune iniziative legali.

In quella circostanza, IHP aveva anche ricordato come gli organizzatori della Sartiglia avessero combattuto con forza contro le prescrizioni del decreto Abodi: misure pensate, è bene ribadirlo, per tutelare esclusivamente la sicurezza degli esseri umani che liberamente scelgono di partecipare. Non degli animali, che quella scelta non hanno mai potuto fare.

Ora, a Borore, quel decreto torna al centro dell'attenzione: non come strumento rispettato e funzionante, ma come parametro rispetto al quale si stanno verificando eventuali gravi omissioni. Il cerchio si chiude in modo amaro: chi ha combattuto le norme di sicurezza, chi le ha ignorate, chi non le ha fatte rispettare — in tutti questi casi il risultato è lo stesso. Si muore.

La tradizione non è un'esimente. È un alibi.

IHP esprime cordoglio sincero per la morte di Omar Barranca: la perdita di un giovane di 25 anni è una tragedia umana che merita rispetto e silenzio sul piano personale.

Ma proprio per rispetto della verità — e di tutte le vittime, umane e animali — non possiamo accettare che episodi come questo vengano archiviati come fatalità, incidenti, eventi imprevedibili. Non lo sono. Sono il prodotto prevedibile e documentato di una cultura che usa gli animali come strumenti di intrattenimento, di supposta identità collettiva, di spettacolo, e che chiama tutto questo "tradizione" per sottrarsi a qualsiasi obbligo di cambiamento.

IHP rifiuta questa narrazione. Lo ha sempre fatto e lo ribadisce con ancora più forza oggi.

Le manifestazioni equestri tradizionali — palii, giostre, quintane, rievocazioni storiche a cavallo — non sono espressioni neutre di cultura locale. Sono contesti nei quali gli animali vengono sottoposti a stress estremo: folla, rumore, ritmi imposti, spazi inadeguati, assenza reale di controlli sul loro benessere. I cavalli non scelgono di essere lì. Vengono portati, sellati, incitati, spinti. Questo si chiama sfruttamento. In molti casi, quando i protocolli vengono ignorati e la sofferenza dell'animale viene taciuta o minimizzata, si chiama abuso.

La parola "tradizione" non cambia la sostanza delle cose. Cambia solo la disposizione d'animo con cui ci si rifiuta di guardarle.

Le norme senza cultura sono carta

Detto questo, c'è anche un problema normativo che non possiamo ignorare. Un decreto che prescrive obblighi precisi esiste. Le autorizzazioni comunali, nella loro formulazione, li richiamano esplicitamente. Il rispetto di quelle norme, stando a quanto emerge dalle prime indagini, sarebbe stato — almeno in parte — disatteso.

Le indagini stabiliranno la verità processuale. Ma la verità culturale è già davanti ai nostri occhi: non basta autorizzare, bisogna garantire. Non basta prescrivere, bisogna verificare. E soprattutto, bisogna avere il coraggio di chiedersi se abbia ancora senso continuare a organizzare manifestazioni equestri in condizioni che — come dimostra impietosamente la cronaca — continuano a produrre vittime. Tra gli animali e anche tra gli esseri umani.

IHP seguirà con attenzione gli sviluppi giudiziari. E continuerà a fare ciò che fa da sempre: documentare, denunciare, chiedere conto. Perché ogni cavallo che muore in una piazza, ogni animale costretto a esibirsi davanti a una folla che lo terrorizza è la prova che il cambiamento non può più aspettare.

La tradizione si può onorare senza usare i cavalli.