08/08/2026
Era mezzogiorno e venti del 5 agosto 2026 quando Analía, turista spagnola in visita alla Torre di Pisa, ha tirato fuori il telefono e ha iniziato a documentare quello che vedeva: carrozze trainate da cavalli in pieno servizio, temperatura 37 gradi, sole verticale sull'asfalto. Ha fatto quello che si fa in questi casi: ha cercato qualcuno a cui segnalarlo. Quello che è accaduto dopo è più istruttivo delle immagini che ha scattato.
Il giro delle competenze
La prima segnalazione va al Nucleo Operativo Guardie Rurali Ausiliarie a difesa degli Animali della provincia di Pisa (N.O.G.R.A.). La risposta è formalmente ineccepibile: nei pressi della stazione delle carrozze è sempre presente una pattuglia della Polizia Locale, che può intervenire su richiesta verbale e, in caso di "evidente malessere" degli animali, allertare il veterinario ASL, "unica figura titolata a verificare lo stato di salute dei cavalli in caso di bisogno urgente."
Analía si rivolge quindi alla Polizia Locale. Risposta degli agenti: la temperatura rilevata all'ombra è 34 gradi, la soglia del regolamento è 35. Non è possibile intervenire. La turista torna a scrivere alla N.O.G.R.A., con un'osservazione elementare: se all'ombra ci sono 34 gradi, al sole sull'asfalto si arriva abbondantemente a 40 e oltre, con animali che trainano carrozze cariche di passeggeri. In risposta riceve il testo dell'art. 33 del regolamento comunale — "Detenzione e utilizzo degli equidi" — con l'invito a leggere attentamente il punto 5, evidenziato in rosso.
Cosa dice il punto 5
Il punto 5 stabilisce che le temperature ufficiali di riferimento sono quelle rilevate dal Centro Funzionale di Monitoraggio Meteo Idrologico-Idraulico della Regione Toscana, con riferimento alla stazione "Pisa" collocata presso la Facoltà di Agraria dell'Università di Pisa.
Una stazione meteorologica fissa, in un sito universitario, in condizioni ambientali standardizzate. Quella lettura — presa altrove in città, in tutt'altro contesto — è il dato che determina se i cavalli possono o non possono lavorare in piazza, sotto il sole, sull'asfalto.
Non la temperatura sul posto. Non quella percepita dall'animale in piena esposizione solare. Non le condizioni reali: il calore riflesso dal selciato, quello accumulato dal manto stradale dopo ore di irraggiamento, il peso del carico trainato, l'assenza di refrigerazione. La temperatura registrata da una centralina universitaria, distante, in condizioni che non hanno alcun rapporto con il lavoro dell'animale.
Il regolamento indica un parametro tecnicamente riproducibile e giuridicamente definito, ma che non misura ciò che dovrebbe misurare: il rischio termico reale per l'animale in quelle specifiche condizioni operative.
Le norme vanno cambiate
Il problema non è la malafede di chi ha risposto ad Analía. La N.O.G.R.A. e la Polizia Locale hanno applicato la norma. Il problema è la norma.
Un sistema di controllo che affida la soglia di intervento a una rilevazione esterna, fissa, non contestualizzata, produce esattamente questo risultato: il 5 agosto, con 37 gradi in città e condizioni di lavoro gravose per i cavalli, gli agenti non potevano intervenire perché la stazione di Agraria non aveva ancora raggiunto la soglia. Tutto formalmente corretto. Tutto sostanzialmente assurdo.
È lo stesso meccanismo che IHP ha segnalato più volte a proposito dei veterinari ASL: la soglia dell'"evidente malessere" come condizione necessaria per agire significa, in pratica, aspettare che la situazione sia già deteriorata prima di intervenire. Nel caso termico, la soglia esterna e decontestualizzata produce lo stesso effetto: l'intervento arriva, se arriva, quando il danno è già fatto.
Il nodo che il Parlamento deve affrontare
La vicenda pisana non è il prodotto di un sistema in cui ogni comune definisce autonomamente i criteri di utilizzo degli equidi nelle attività urbane. Soglie diverse, metodi di rilevazione diversi, procedure diverse. Nessun quadro nazionale che stabilisca cosa si intende per condizioni termiche incompatibili con il lavoro di un equide, come si misura, chi interviene e con quali strumenti.
Il caso di Pisa suggerisce che i criteri esistenti non bastano. E che finché ogni comune andrà per conto proprio, la tutela degli animali resterà affidata a regolamenti locali che possono essere tecnicamente ineccepibili e praticamente inutili. Serve una norma nazionale che costituisca punti all’abolizione definitiva delle carrozze a trazione animale in tutta Italia: il resto sono palliativi degni dell’Azzeccagarbugli.
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