03/07/2026
Mentre in Parlamento si discute se i cavalli debbano essere sottratti alla filiera alimentare, il mercato globale del cibo a base vegetale sta già scrivendo una storia nuova. Non perché le cifre siano di per sé un argomento etico — non lo sono — ma perché raccontano in che direzione si sta muovendo la società, cosa pensano e come agiscono gruppi sempre più ampi di cittadini, specialmente i più giovani.
I numeri
Secondo le stime di Fortune Business Insights, il mercato globale del plant-based (cibo a base vegetale) vale oggi oltre 238 miliardi di dollari ed è destinato a superare i 491 miliardi entro il 2034, con una crescita del 106% in otto anni e un tasso annuo dell'8,5%. Non si tratta di una nicchia in espansione: è un comparto che viene ridisegnato dalle abitudini alimentari di centinaia di milioni di persone in tutto il mondo.
L'Italia, in questo quadro, occupa una posizione di rilievo che sorprende chi è abituato a leggere il Paese esclusivamente attraverso la lente (interessata) della tradizione gastronomica carnivora. Secondo il rapporto GFI Europe 2025, il settore plant-based in Italia ha generato nel corso dell'anno un fatturato di 639 milioni di euro, con una crescita del 7,6% rispetto all'anno precedente. Il dato sulla fiducia dei consumatori è ancora più significativo: il 57% degli italiani dichiara di fidarsi dei prodotti a base vegetale, un indice che supera quello di Germania e Spagna, collocando il nostro paese stabilmente tra i mercati europei più ricettivi verso questa transizione.
Nel medesimo arco temporale, come documentano i dati del Ministero della Salute elaborati da IHP, le macellazioni di equidi in Italia sono scese da oltre 70.000 capi nel 2012 a circa 22.000 nel 2024. I due fenomeni non sono direttamente correlati, ma appartengono alla stessa traiettoria culturale.
Non una rinuncia, ma una scelta
Il dato più interessante non è economico: è antropologico. Per anni chi si opponeva al consumo di carne animale — cavalli compresi — veniva descritto dai suoi detrattori come portatore di un'ideologia rinunciataria, di un'etica del sacrificio incompatibile con il piacere della tavola e con la realtà delle tradizioni locali. Quella narrazione è oggi smentita dai fatti di mercato prima ancora che dalle argomentazioni etiche.
L'Osservatorio OraSì, analizzando le tendenze di consumo attraverso un panel di esperti, ha identificato nella figura del cosiddetto "Joyner" il protagonista della nuova cultura alimentare: non un militante della causa vegana, ma un consumatore — giovane o adulto, uomo o donna — che sceglie il vegetale perché gli piace, perché lo soddisfa, perché lo identifica con un modo di stare al mondo che coniuga gusto, salute e consapevolezza. Il plant-based, in questa lettura, non è la rinuncia alla ciccia: è qualcosa di diverso e autonomo, che non ha bisogno di definirsi per sottrazione.
"Il plant-based non è più una scelta di rinuncia, ma di puro valore aggiunto", sintetizza il dottor Alfonso Presutto, biologo e nutrizionista. Un cambio di paradigma che la psicologa Deborah Disparti traduce in termini comportamentali: i cambiamenti alimentari che durano nel tempo sono quelli vissuti come piacevoli e flessibili, non quelli imposti come restrizioni. Il successo del modello flexitariano — che oggi rappresenta oltre il 60% del mercato plant-based — ne è la conferma più concreta.
Cosa c'entra tutto questo con la legge sui cavalli
Chi si oppone alla proposta di legge sostiene, tra l'altro, che vietare la macellazione degli equidi significherebbe colpire una tradizione radicata e un comparto economico vitale. È un argomento che va collocato nel suo contesto reale.
La filiera della carne equina in Italia è già in contrazione strutturale, per ragioni che non dipendono da alcuna legge: cambiano i gusti, cambiano i valori, cambiano le abitudini di spesa. Il mercato sta già dicendo quello che il Parlamento fatica a mettere nero su bianco. Una norma che vieti la macellazione degli equidi non andrebbe quindi a distruggere un settore fiorente: accompagnerebbe, con strumenti giuridici chiari, una trasformazione già in corso, esattamente come accade con qualsiasi legislazione che regoli fenomeni in declino strutturale.
C'è poi una questione di coerenza che i numeri del plant-based rendono ancora più evidente. Se quasi sei italiani su dieci dichiarano di fidarsi dei prodotti vegetali, se il mercato cresce a tassi che nessun comparto tradizionale della filiera animale può eguagliare, se persino Firenze premia uno street food vegano ai Forchettiere Awards, allora l'argomento culturale contro la legge — "è contro la nostra tradizione" — fotografa un paese che non esiste più, o che perlomeno coesiste con uno radicalmente diverso.
IHP non chiede al Parlamento di inseguire le tendenze di mercato. Chiede che la legge riconosca quello che la società ha già deciso, e lo faccia con gli strumenti tecnici necessari per renderlo effettivo — a partire dalla riforma dell'anagrafe equina, che resta la condizione senza la quale qualsiasi divieto rischia di restare sulla carta.