Horse Protection
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La crisi dell’ippica, la chiusura degli ippodromi e il fallimento del modello di sfruttamento dei cavalli

La crisi dell’ippica, la chiusura degli ippodromi e il fallimento del modello di sfruttamento dei cavalli
(28 febbraio 2013)

I numerosi appelli che circolano in rete e le tantissime e-mail che riceviamo sull'argomento ci spingono a pubblicare questo documento in cui esprimiamo la nostra posizione, sia sull'ippica in generale che sulle conseguenze della crisi che sta investendo questo settore ormai da anni.

Tutti conoscono la posizione ufficiale dell'Italian Horse Protection association, basata semplicemente sulla conoscenza delle caratteristiche etologiche degli equini e quindi contraria a qualsiasi uso degli stessi a fini sportivi o commerciali.

Nell'ippica il fine commerciale regna sovrano e questo è un dato oggettivo: cavalli allenati e messi in pista a 2 anni, che corrono per altri 3-8 anni a seconda della disciplina e che poi vengono “dismessi”, per essere sostituiti da altri allevati appositamente.

Chiediamoci dove vanno a finire quelli dismessi, visto che negli allevamenti non troviamo così tanti cavalli anziani come i numeri farebbero pensare.
Una possibile e autorevole risposta viene direttamente dalla FNOVI, che in un documento (*) rappresenta un'anomalia calcolata sul 2009 ma tutt'ora attuale, come testimonia il recente scandalo della carne di cavallo: i cavalli macellati in Italia nel 2009 sono stati 82.331 di cui 45.757 importati. Uno studio della professoressa E. Duranti presentato il 17 gennaio 2008 rivela che nel 2006 i cavalli allevati per la carne (comprendendo anche le fattrici) erano 5.906. Ora, supponendo che questo numero non sia variato di molto nel 2009, abbiamo ben oltre 30.000 cavalli macellati che provenivano dal circuito degli equidi a vario titolo ma non allevati per la produzione della carne. Quindi cavalli a fine carriera, scartati dalle corse, cavalli non più performanti…

Questo ragionamento va a smontare la leva emotiva utilizzata dal comparto ippico, secondo cui se gli ippodromi chiudono i cavalli vanno al macello: i cavalli ci vanno già, da sempre, perché è una ovvia valvola di uscita degli esuberi di animali da un settore che deve contare solo su quelli che possono produrre risultati, e che non può permettersi di mantenere soggetti “non buoni”.

Se gli ippodromi dovessero chiudere tutti e se dovesse finire l'ippica come auspichiamo, si interromperebbe questo processo. Nell'immediato avremmo di fronte un'emergenza legata alla sistemazione dei cavalli NON DPA, che a nostro parere andrebbe gestita con misure eccezionali da parte del Governo. Nel medio-lungo termine, in compenso, non avremmo più cavalli prodotti appositamente per le corse e che poi non si sa dove mettere, quando non più performanti.

Su tutto, vale come sempre il punto di vista del cavallo, per il quale il concetto di competizione sportiva non esiste: è un'attitudine tipicamente umana che alcuni hanno la presunzione di voler trasferire agli animali, costringendoli a fare cose contrarie alla loro natura per il proprio divertimento o tornaconto.

Nel repertorio comportamentale del cavallo non rientra fare a gara a chi arriva primo, sfidare a chi salta più ostacoli oppure ostacoli più alti, percorrere distanze a tappe e tempi prestabiliti, fare gimkane, slalom e barili, radunare altri animali, fare movimenti e passi ripetuti ossessivamente, affrontare estenuanti allenamenti, rinchiudersi in luoghi chiusi, stare isolati, mangiare a razioni giornaliere: bisogna anzitutto avere l'onestà di dire queste cose, prima di parlare di benessere dei cavalli.


* FNOVI “Eutanasia e professione veterinaria tra incremento della popolazione equina, legalità e codice deontologico” (PAG 16)