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L’Anemia Infettiva Equina in Italia

L’Anemia Infettiva Equina in Italia
(28 giugno 2011)

Italian Horse Protection Association con questo video intende denunciare l'ignoranza generalizzata sulla Anemia Infettiva Equina che viene ogni giorno dimostrata da ASL e Comuni, il terrorismo psicologico creato da questa ignoranza e l'inutile spreco di risorse del faraonico piano di controllo nazionale. Questo spreco porta con sé il dolore di un animale sociale costretto a vivere in isolamento separato dal suo compagno umano o l'orrore dei viaggi della morte verso il mattatoio.
 



Video versione italiana


Video versione internazionale


L'Anemia Infettiva Equina è una malattia poco studiata; infatti fino a pochi anni fa tutti i cavalli riscontrati positivi venivano immediatamente macellati.

La malattia si trasmette attraverso insetti ematofagi (essenzialmente tabanidi) o per via iatrogena (attraverso strumenti veterinari infetti ma più in particolare i casi accertati in Italia di trasmissione iatrogena sono avvenuti attraverso emoderivati contaminati in un unico episodio nel 2006). I test attualmente utilizzati per determinare la positività alla malattia (ELISA e AGID o Coggins) rilevano unicamente l'avvenuto contatto tra il sistema immunitario dell'animale ed il virus. Secondo l'Associazione Nazionale dei Medici Veterinari Italiani, “i cavalli positivi presentano un livello di viremia generalmente insufficiente per la trasmissione della malattia tramite insetti ematofagi” (ANMVI, 25 novembre 2009), quindi i soggetti semplicemente positivi alla malattia non sono, in linea generale, fonte di contagio. Diverso è il caso dei soggetti realmente malati.

In Italia abbiamo un piano faraonico di controllo che, pur ridimensionato con l'ultima ordinanza in materia, ha fatto testare nel 2009 più di 200'000 tra cavalli, muli e bardotti con un dispiego di risorse immenso. Circa 300 di questi sono stati riscontrati positivi (Fonte: IZSLT Considerazioni conclusive “Piano di sorveglianza nazionale per l'anemia infettiva degli equidi” - Anno 2009). Dal punto di vista statistico, eliminando i dati anomali, abbiamo una percentuale di positività al di sotto dell'1%. Si stima prudentemente che almeno il 90% dei cavalli positivi non contrarrà mai la malattia e, quindi, non sarà mai una potenziale fonte di contagio. Considerando quanto detto abbiamo un rischio epidemiologico vicinissimo allo zero (per la procedura utilizzata per l'eliminazione dei dati anomali si veda il ns. articolo del 28 gennaio 2011).

Tutto ciò significa che ogni anno centinaia di equidi sono stati strappati al proprio compagno umano per avviarli ad un inutile isolamento o addirittura alla macellazione senza che questo comporti alcun beneficio per il patrimonio zootecnico nazionale, creando solo dolore e alimentando paure medioevali basate sull'ignoranza.

Tanto per fare una comparazione, si calcola che le percentuali di positività alla leshmaniosi nei cani siano circa del 2600% più alti alla positività dei cavalli nell'anemia infettiva. Ogni ragionevole compagno umano di un cane in Italia attua delle misure di prevenzione alla diffusione della leishmania ma a nessuno potrebbe mai venire in mente di isolare o uccidere tutti i cani positivi, eppure –a differenza della anemia infettiva- i cani positivi alla leishmaniosi sono contagiosi e talvolta anche verso gli umani.

Italian Horse Protection chiede al Ministero della Sanità che sia avviata una opera di educazione degli operatori istituzionali coinvolti e l'abrogazione del Piano Nazionale di Controllo destinando le risorse così risparmiate allo studio della malattia e delle cure per i (pochi) soggetti realmente malati.

Articolo correlato: approfondimento del 28 gennaio 2011


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